Quando il progetto più radicale consiste nel togliere.
Una parte consistente dello spazio urbano europeo è ricoperta da asfalto, cemento e pavimentazioni impermeabili.
Materiali necessari in molti contesti, ma spesso utilizzati ben oltre il reale fabbisogno funzionale.
Ogni metro quadrato impermeabilizzato produce due conseguenze: accumula calore e impedisce all’acqua di entrare nel terreno.
La città perde così due capacità fondamentali: raffreddarsi e assorbire.
Depavimentare non significa trasformare indiscriminatamente le strade in giardini. Significa individuare le superfici superflue e restituire loro una funzione biologica.
Un parcheggio può diventare permeabile.
Uno spartitraffico può trasformarsi in rain garden. Una fascia stradale sovradimensionata può ospitare alberature.
Una piazza completamente minerale può ritrovare porzioni di terreno vivo.
Gli Eixos Verds di Barcellona rappresentano bene questo principio: la trasformazione delle strade prevede alberature, zone d’ombra e sistemi di drenaggio che permettono all’acqua piovana di infiltrarsi nel terreno anziché raggiungere immediatamente la rete fognaria.
Il suolo diventa così infrastruttura.
Non una superficie neutra sulla quale appoggiare la città, ma un organismo capace di trattenere acqua, alimentare vegetazione, favorire biodiversità e contribuire alla regolazione microclimatica.
In PURArchitettura iniziamo ogni progetto urbano con una domanda diversa:
Quanto suolo possiamo restituire al suolo?
È un cambio di prospettiva importante.
Perché la città resiliente non sarà necessariamente quella che costruisce di più.
Potrebbe essere quella capace di lasciare nuovamente respirare la terra.